“AD ALTO RISCHIO”

AD ALTO RISCHIO di Suzanne Brockmann

Titolo originale Hot Target

Fanucci Editore 2008

Collana GLI ACERI

Pagine 512

Prezzo € 18,50

ISBN 978-88-347-1454-6

Mercedes Jane Chadwick è una produttrice cinematografica hollywoodiana bella e giovane, che intende dare una svolta alla propria carriera con una pellicola dal tema scottante, intitolata “ American Hero” in cui viene rappresentata la storia omosessuale fra sue soldati americani della Seconda Guerra Mondiale, eroi dello Sbarco in Normandia. Per lanciare il film, Mercedes provvede a pubblicizzarlo con ogni mezzo possibile, al fine di creare un’attesa nel pubblico che le garantirà il successo. Oltre all’attenzione mediatica dei tabloid hollywoodiani, la tematica percepita come “imbarazzante” attira l’attenzione di gruppi estremisti anti-gay che vogliono far desistere la donna dall’associare un omosessuale all’ideale patriottico di eroe americano. Da subito cominciano a piovere e-mail di minaccia ai danni della produttrice che sembra non voler dare peso alla cosa, ma i messaggi diventano troppo simili a quelli scritti in passato da un killer seriale che è sempre riuscito a sfuggire alle autorità, persino all’FBI, un essere subdolo e calcolatore al quale piace giocare d’anticipo e lasciare indizi studiati per rivendicare la propria superiorità su chi gli da la caccia.Entra così in campo la compagnia di sicurezza Troubleshooters Incorporated di Tom Paoletti, il cui personale comprende ex SEAL, FBI, CIA, Delta Forces, tutte figure appartenenti alle Operazioni Speciali, ingaggiate al fine di fornire protezione alla produttrice come guardie del corpo.

La Chadwick, personaggio bipolare  e complesso, non vuole sentirsi prigioniera in casa sua né sul lavoro e non accetta la loro presenza: nessuno deve vederla nei panni di Jane Chadvick, la vera se stessa che a fine giornata prende il posto della conturbante Mercedes, la cosiddetta “ produttrice festaiola”. Jane, o Janey, è semplice e vera, senza tacchi impossibili e gonne “a francobollo”. Nonostante la sua insofferenza, non può fare a meno di sentirsi incuriosita in particolare da un Seal, Cosmo Richter, forse per il nome strano, forse per quanto si dice di lui: un robot, una macchina per uccidere che non lascia trasparire sentimenti da quei suoi stranissimi occhi blu e ghiaccio. Esiste addirittura una specie di leggenda sul suo conto, orribile. La convivenza forzata porta le maschere a cadere e le vulnerabilità a venire allo scoperto: nonostante le ambizioni professionali o le questioni di onore verso i compagni di squadra, emergono i sentimenti, le esperienze di vita più piacevoli e soprattutto quelle più dure da affrontare, quelle mai digerite davvero.  Fra Cosmo e Jane nasce pian piano una storia d’amore molto intensa in cui entrambi riescono a mostrarsi per quelli che sono nel profondo e si amano con una  passione raccontata dalla Brockmann in maniera molto…raffinata, come direbbe Cosmo per usare un sinonimo di brillante nella forma e nella sostanza.

Ma non sono solo loro i protagonisti di questa storia articolata. C’è anche il biondo Robin, fratello minore di Mercedes, attore di talento e di bell’aspetto, che fa perdere la testa a Patty la stagista, una ragazza con tanta strada ancora da fare che sogna le luci della ribalta da “Notte degli Oscar” senza vedere nel giovane Chadwick un ubriacone, un tombeur de femmes che trova nell’alcool la scusa per scaricare le sue innumerevoli conquiste la mattina dopo, magari dopo la peggiore delle performance. Un uomo insoddisfatto che cerca la felicità nelle donne senza voler ammettere che sono proprio loro a renderlo incompleto e infelice, finchè non conosce l’agente federale Jules Cassidy, ed è su questa scia che iniziano i triangoli e tutte le forme geometriche utilizzabili per raccontare complessi spaccati di vita sentimentale, etero e non. Jules è un gay dichiarato dall’età di diciassette anni, attivista a sostegno dei gay a scuola, addirittura. Ha avuto una storia tormentata con il bel Adam Wyndham di professione aspirante attore con pochi scrupoli, che lo ha preso e usato a suo piacimento anche a relazione finita per farsi assumere come uno dei protagonisti di American Hero, al fianco di Robin. Una storia conclusa, quella con Adam, che resta una tentazione per Jules, uomo forte e preciso sul lavoro, ma tenero come il burro sulle questioni di cuore soprattutto dopo aver vissuto quella relazione come una sorta di assurda dipendenza da cui disintossicarsi. Facile ricadere. Questo agente federale è stato una sorpresa, sempre acuto e intelligente, anche molto divertente. Davvero esilarante la scena in cui trova occupata la propria stanza d’albergo a Los Angeles dal capo: Max Bhagat.

Jules è un uomo che sente fortemente i valori, che sa dare il nome giusto alle cose, ai sentimenti, è un uomo sincero che dice la verità a se stesso e a chi gli sta a cuore, anche la più scomoda, costi quel che costi. Molto complessa la descrizione del suo sentire nei confronti di Adam, e del personaggio di Adam stesso che per gran parte della narrazione viene etichettato come un essere viscido e senza scrupoli,  ma che alla fine lascia il lettore con il dubbio che anche in lui ci sia sempre stato qualcosa di buono. Robin si pone fra i due fuochi come etero che finge di essere gay per questioni di copione o gay che finge di essere etero per salvare le apparenze. Adam rappresenterà anche per lui la tentazione, e Jules la coscienza. Fra i personaggi chiave c’è poi Jack, il soldato americano ormai settantenne, protagonista della storia vera dietro al film, un uomo saggio per via dei capelli bianchi forse, o più probabilmente per via dell’ampiezza di vedute, per la sua capacità di guardare oltre: sempre giovane nella mente, speciale.

Efficace la rappresentazione dello spirito di corpo fra membri della squadra Seal, uomini e donne votati al sacrificio che sanno innamorarsi ed essere divertenti così come sanno trasformarsi in armi letali o, purtroppo, bersagli fin troppo facili per la morte. Uomini bollati come fanatici della violenza che sanno uccidere a mani nude, donne che sembrano giocare ad impersonare Lara Croft come in un videogioco, ma che sono in grado più degli altri di provare senso di sconfitta per aver ucciso, quando non resta altra scelta o, paradossalmente, rimorso nell’aver salvato una vita umana, quando non resta niente per cui vivere. Uomini che sanno piangere e lo fanno come gli altri, compagni di vita e di lavoro che onorano il ricordo di chi cade in un ricorrente Memorial Day, sottovalutati e idealizzati come prodotto di una società moderna che fa la guerra ogni giorno senza cavalleria né trincee, eroi di una guerra silenziosa, mascherata da ciò che è quotidiano come per chiunque altro.

Miriam Tocci

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